Un racconto di  Vittorio Zucconi  (1944 - 2019)

La famiglia di Vittorio Zucconi, che è stato inviato del quotidiano La Repubblica negli Stati Uniti, apprezzato giornalista, commentatore e scrittore, è in qualche modo legata alla storia dell’Associazione Corale Luigi Gazzotti. Il nonno materno di Zucconi, Guido Montanari, è stato infatti un importante maestro del coro e lo ha condotto negli anni ’50 a livelli notevoli affrontando tra l’altro mondi musicali allora assolutamente desueti: vedasi la riscoperta di un musicista come Orazio Vecchi. In occasione della pubblicazione del volume commemorativo per i 75 anni di attività, Vittorio Zucconi ha acconsentito a scriverne la prefazione: ne è uscito un quadro familiare che lascia trapelare con grande finezza la serietà e la complessità del lavoro musicale.

Oggetto di mistero e di tormento, la piccola piramide nera troneggiava sul pianoforte in attesa paziente della sua vittima sacrificale. “E’ ora” annunciava il Maestro Montanari, e non c’erano né sbuffi, né implorazioni, né santi né madonne che potessero intercedere, perché con il nonno Guido si poteva negoziare su tutto, sulle dimensioni del gelato, sulla fetta di cocomero, sulla scelta del cinema, sull’itinerario della gita in bicicletta, ma con il Maestro Montanari non si scherzava sulla musica. La musica era sacra, era tutto, era la vita. E io, la piccola vittima mi sedevo rassegnato davanti al pianoforte nero, sotto gli occhi azzurri e sereni del Maestro, a scandire il solfeggio battuto dalla piccola piramide nera, dal metronomo, do-o fa-a dofasifasolremiredo, mentre dalla finestra aperta sulla piazza Mazzini arrivavano gli aliti soffocanti della calura estiva modenese e le grida dei bambini infami e felici che giocavano al pallone. Uffa, nonno, che barba. Uffa niente. E tieni su i polsi. Quanto credevo di odiare, allora, la tastiera, il metronomo, il solfeggio, le suonatine di Clementi, la musica che produceva in quel mio nonno dolcissimo e affettuosissimo la metamorfosi che lo trasformava in un Maestro inflessibile, deciso a rovinare le mie estati modenesi con il metronomo e la bacchetta sotto i polsi. E quanto, soprattutto, mi sembrava di odiare la Corale Gazzotti, questo mostro dalle cento testine sopra frac e abiti da sera che vedevo ritratto nella fotografia commemorativa di una vittoria appesa alla parete dello studio e che una volta alla settimana inghiottiva il mio nonno Guido, lo tramutava nel Maestro – anzi, nel “Mèster” – Montanari e me lo portava via per le prove, lontano dalla casa di piazza Mazzini per una lunga, interminabile sera. Ma chi erano, quegli anonimi coristi e coriste che osavano sottrarmi il nonno? Ma come si permettevano di portarlo via a me, alla visione di Stanlio e Ollio al cinema Paradisino, alla fetta di anguria (meglio se il “garullo”) nella bancarella del cocomeraio vicina al Tempio? Mi ero convinto che dovevano essere gente crudele, questi della Gazzotti perché il nonno tornava quasi sempre di cattivo umore dalle prove, brontolando sugli “attacchi”, quegli attacchi che i coristi non facevano mai perfettamente insieme, all’unisono assoluto come lui avrebbe voluto e c’era sempre qualche postino, qualche fornaio, qualche contadina stanchi dopo una giornata di lavoro che partiva un centesimo di secondo prima o dopo gli altri e l’orecchio del “Mèster” lo sentiva. No, no, NO! ricominciamo. Ma ancora più della Gazzotti odiavo la Corale Rossini, della quale nella casa del Maestro Montanari si parlava in quegli anni ’50 con superstizioso rispetto, un po’ a bassa voce, come di una rivale formidabile e temuta che soltanto migliaia di ore spese a provare e a perfezionare “gli attacchi” avrebbero potuto sconfiggere nei concorsi per corali. Era la “Rossini” che costringeva il nonno a uscire la sera per quelle prove con la “Gazzotti”, dunque era la “Rossini” che me lo portava via. Ma noi siamo più bravi di loro, vero, nonno? Gli chiedevo con forte spirito di squadra e con la segreta speranza che, battuti una volta per sempre quei prepotenti della “Rossini”, lui non sarebbe più dovuto uscire di casa alla sera. “Eh – sospirava lui scuotendo il testone pelato senza sbilanciarsi – loro sono molto bravi. Noi dobbiamo ancora faticare molto per raggiungerli. Ma siamo bravi anche noi”. Ahi, altre prove in vista, altre serate senza il nonno. Per questo, per farmi perdonare quell’odio infantile e irragionevole, quella gelosia, ho accettato con grande piacere e tenerezza di aggiungere questi ricordi del “Mèster” Montanari al volume commemorativo della “Gazzotti”. Nei molti anni passati da quando il Maestro, il nonno, usciva dalla porta e scendeva le scale inseguito dal mio invito a tornare presto e lasciare al loro destino i coristi, mi era rimasto il rimpianto, quasi il rimorso, di non avere mai apprezzato quella fatica, quella corale, quella musica, che per lui e per i coristi erano la vita. Non tutti hanno la fortuna di avere una seconda “chance” nella vita, di poter saldare un debito con il proprio passato, e questa prefazione me l’ha concessa. La “Gazzotti”, per mio nonno, era il sogno. Insegnare al liceo musicale, dare lezioni di canto ad aspiranti tenori e soprano che sbraitavano i loro gorgheggi, tentare di piegare allievi renitenti come me alle delizie terribili del solfeggio e degli esercizi di Czerny, erano la sua professione, il pane.

Ma la corale era il suo tesoro, la sua deliziosa fatica, il suo orgoglio, quella che sentiva come la sua creatura. Una corale è uno strumento musicale che il direttore si fabbrica da solo dal nulla di voci umane grezze, corda per corda, tasto per tasto, che taglia, s’incolla e si accorda come un Guarnieri del Gesù o uno Stradivari facevano con i loro legni. E quando, da un’accozzaglia informe di voci umane si sprigiona la grande musica, accade qualcosa di molto simile al miracolo della creazione divina. Dal caos del nulla, si sprigiona l’armonia. Ho scoperto soltanto in occasione di questo anniversario, lo confesso, che la “Gazzotti” esisteva ancora, che il miracolo dell’armonia continuava. Come tutti i bambini, credevo fosse finita con la mia infanzia, con la scomparsa del nonno, arrugginita e abbandonata come la bicicletta che lui mi aveva regalato. Credevo che nel tempo della fretta e della televisione, dei computer e dei consumi inutili e grossolani, nessuno avesse più la pazienza e l’amore necessari per temperare e accordare quello strumento umano straordinariamente complesso che è un coro. Vivendo nel mondo lontano da Modena e dalla passione musicale che ancora anima questa città, mi ero rassegnato al fatto che non ci fossero più uomini e donne disposti a scollare la faccia dal televisore e uscire di casa alla sera, magari lasciandosi dietro nipotini piagnucolosi, per dare voce alle antiche musiche estensi, ai canti popolari che mio nonno aveva ripescato e adattato, alle musiche di Orazio Vecchi che lui aveva riscoperto e magari a competere ancora con la “Rossini”. Sapere che la “Gazzotti” esiste ancora e ha l’orgoglio della sua storia, la coscienza del suo presente e la speranza del suo futuro è stato come tornare sotto i portici della via Emilia, in via Farini, in Piazza Grande o in Canalchiaro e passeggiare ancora una volta con il nonno, incrociando le persone che al suo passaggio si alzavan il cappello dalla testa, salutandolo: “Riverisco, Maestro”. Anche quelli della “Rossini” si toglievano il cappello, perché va bene la rivalità di squadra, ma il rispetto è rispetto. E soltanto chi ha cantato o diretto un coro, sa quanto sacrificio costi e dunque quanto rispetto meriti il farlo. Per una volta dunque, è stato il tempo perduto a cercare me e non viceversa e ve ne sono grato, anche a nome del nonno. Certamente, ora è tardi per dire al Maestro che stia pure fuori di casa quanto vuole, che continui a provare, a studiare con i suoi coristi, a ricercare frammenti di musica perduta, a sgrezzare voci e che persino il maledetto metronomo sul pianoforte e la bacchetta sotto le dita per “tenere su i polsi” sono diventati oggetti di nostalgia e di tenerezza. Queste sono piccole malinconie. Quello che conta è che la “Gazzotti” continui a vivere, anche nel tempo della televisione e delle autostrade. Grazie e auguri.

Mi raccomando gli attacchi.

Vittorio Zucconi
Washington, 1998

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