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Il 22 novembre alle ore 21, giorno dedicato a Santa Cecilia, patrona della musica, presso la Chiesa di San Vincenzo (corso Canalgrande) a Modena si ascolterà la Petite Messe Solennelle di Rossini in una esecuzione frutto della collaborazione tra Gioventù Musicale (sede di Modena), Istituto Vecchi-Tonelli, Associazione Corale Luigi Gazzotti e Associazione Tempo di Musica: un prestigioso evento inserito nel progetto “Modena Città del Belcanto”.

Il capolavoro di Rossini è proposto nella versione originale per soli, coro, due pianoforti e harmonium. I solisti sono alcune delle voci più interessanti  provenienti dalla Masterclass di canto di Raina Kabaivanska: Valentina Varriale – soprano, Shin Je Bang –  mezzosoprano, Matteo Desole – tenore e Marco Simonelli – basso. La parte strumentale è invece affidata al duo pianistico formato da Marco Sollini e Salvatore Barbatano con Mario Ciferri all’harmonium. Il Coro Filarmonico di Modena Luigi Gazzotti esegue le parti corali. Dirige il concerto Giulia Manicardi.


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Concerto

martedì 22 novembre 2016  ore 21 – Giorno di Santa Cecilia
Chiesa di San Vincenzo (corso Canalgrande, Modena)

Gioachino Rossini  (1792 – 1868)
PETITE MESSE SOLENNELLE
Versione originale per quattro soli, coro, due pianoforti e harmonium (1863)

Esecutori

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Allievi della Masterclass di
Raina Kabaivanska

Valentina Varriale, soprano
Shin Je Bang, mezzosoprano
Matteo Desole, tenore
Marco Simonelli, basso

Marco Sollini, pianoforte
Salvatore Barbatano, pianoforte
Mario Ciferri, harmonium

Coro Filarmonico di Modena “Luigi Gazzotti”

Giulia Manicardi, direttore

 

Programma

Gioachino Rossini  (1792 – 1868)
PETITE MESSE SOLENNELLE
Versione originale per quattro soli, coro, due pianoforti e harmonium (1863)

KYRIE (coro)

GLORIA

Gloria in excelsis Deo (coro)
Et in terra pax (soli, coro)
Gratias agimus tibi (contralto, tenore, basso)
Domine Deus (tenore)
Qui Tollis (soprano, contralto)
Quoniam (basso)
Cum Sancto Spiritu (coro)

CREDO

Credo (soli, coro)
Crucifixus (soprano)
Et resurrexit (soli, coro)
Et vitam venturi (coro)

OFFERTORIUM (Prélude religieux) (pianoforte)

SANCTUS (soli e coro a cappella)

O SALUTARIS HOSTIA (soprano)

AGNUS DEI (contralto, coro)


Info e biglietteria

I biglietti saranno posti in vendita nei giorni immediatamente precedenti il concerto e nella sera stessa del concerto.

Info e biglietteria:
tel. 059 9781690 / 331 3345868
www.gmimodena.it
info@gmimo.it

Biglietteria on line
http://www.liveticket.it/gioventumusicalemodena


Biglietti in vendita anche presso Emilybookshop, via Fonte d’Abisso  Modena
e presso sede GMI Modena, Rua Muro 59,

venerdì 18 dalle 17 alle 20, sabato 19 dalle 10 alle 13, lunedì 21 dalle 17 alle 20


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Composta a Parigi nel 1863, la PETITE MESSE SOLENNELLE è l’ultimo lavoro di Rossini. Gli aggettivi compresi nel titolo sono apparentemente contraddittori e paiono riflettere l’amore di Rossini per il paradosso. Occorre comunque tener presente che “solennelle” può essere inteso in senso liturgico quale termine indicante le parti fisse della messa. In ogni caso “petite” si riferisce al limitato organico vocale e strumentale che controbilancia così l’ambizione dell’Autore.

Il lavoro è in effetti di ampie proporzioni e presenta un’architettura formale estremamente chiara. La Messa è simmetricamente strutturata in 14 numeri e in 2 parti, la prima delle quali termina con la fine del Gloria mentre la seconda inizia con il Credo.
Chi ancora si attarda a considerare Rossini unicamente come l’arguto creatore di personaggi comici e di situazioni paradossali, tutto riso e gioia di vivere, potrà restare sorpreso al sapere che, nelle sue lettere, egli ha manifestato a più riprese un interesse preoccupato per le sorti della musica sacra, arrivando, per questo, a intrecciare rapporti niente meno che con Pio IX. Le uniche opere di grande respiro che Rossini ci ha lasciato dopo il ritiro dal teatro a soli 37 anni (una carriera fulminante, con 37 opere scritte in vent’anni, dal Demetrio e Polibio del 1808 al Guglielmo Tell del ’29) sono, sintomaticamente, due grandi composizioni religiose: lo Stabat Mater scritto fra il ’31 e il ’42 e la PETITE MESSE SOLENNELLE del 1863. Si tratta di una Messa Solenne che mette in musica tutte le parti ordinarie della liturgia, compreso il Credo, con l’aggiunta di un Preludio religioso e di un’aria per soprano O salutaris Hostia inserita prima dell’Agnus Dei; ma anche di una Messa piccola, poiché Rossini la destina per la prima esecuzione a “Dodici cantori dei tre sessi, uomini, donne e castrati: otto per il coro, quattro per soli, totale dodici Cherubini“, con il sostegno di due pianoforti e di un armonium: dunque, piccola e solenne al tempo stesso, non senza un estremo sorriso del vecchio Maestro che non rinuncia a ironizzare bonariamente sul suo lavoro. “Mio ultimo peccato mortale […] musica sacra o musica dannata? – si domanda Rossini nella dedica “Al Buon Dio” – io ero nato per l’opera buffa, tu lo sai bene! Un po’ di scienza, un po’ di cuore: ecco tutto. Sii Benedetto e accordami il Paradiso“. L’organico strumentale pensato da Rossini corrisponde alla destinazione del lavoro, del tutto privata: la Messa fu eseguita infatti solo due volte (il 13 e il 14 marzo 1863) a Palazzo Pillet – Will, alla presenza – è vero – del bel mondo parigino (c’erano Meyerbeer, Auber, Thomas, banchieri, nobili, finanzieri) e ripresa due anni dopo, nella stessa sede; ma non si parlò di stampa né di altre esecuzioni, vivente Rossini. Ci sarà, semmai, da notare la presenza di uno strumento come l’harmonium, piuttosto insolita: è evidente che esso soddisfa la necessità di un timbro “sacro”, quale quello dell’organo e, al tempo stesso, è scelta più preziosa, che preferisce l’eco, il ricordo, allo strumento vero e proprio. Questo rimando all’organo è uno spiraglio per introdurci a comprendere uno degli aspetti più tipici e originali della Messa di Rossini: il gusto per l’arcaico. In mezzo all’infuriare del Romanticismo, nel suo volontario “esilio” parigino, Rossini non ha mai fatto mistero del suo rimpianto per l’età passata, per l’opera con le prime donne e i castrati, che non cantavano alla maniera del tenori moderni, come “galletti strangolati”. Scrivendo questo suo testamento artistico-spirituale, libero dal dover pagare pedaggio alcuno al pubblico dei teatri, Rossini compie delle scelte insolite, volte al recupero di forme e stili del passato. Ma Rossini non guardava solo a ciò che c’era stato dietro di lui: silenziosamente attento a tutto ciò che la musica del suo tempo andava producendo di nuovo (cenni del pianismo di Beethoven, di Chopin, di Schumann si ritrovano nei suoi Péchés, scritti senza apparente impegno, quasi come divertimenti, passatempi), anche la sua ultima opera sacra documenta questa profonda conoscenza, soprattutto per quanto riguarda la scrittura pianistica, che all’arcaismo di qualche modello bachiano unisce assai più sovente moduli di accompagnamento tipicamente romantici e movimenti ritmici che ammiccano alla danza ottocentesca per eccellenza, il valzer, come l’O salutaris hostia. Ed anche lo stile vocale ha abbandonato la florida scrittura belcantistica della sua opera seria: ai cantori non si richiedono prestazioni di virtuosismo straordinario; anzi, Rossini sembra puntare a un tipo di melodia pudica e quasi disadorna, delicata o al massimo patetica, sulla linea di tante “cantilene” – toccanti nella loro semplicità – che aveva saputo disseminare a piene mani in tante sue precedenti opere teatrali. Con il canto sommesso e struggente del contralto e del coro su Dona nobis pacem, l’opera si chiude senza alcun tono trionfalistico. La rinascita rossiniana del nostro tempo ha recuperato questo capolavoro come documento di una religiosità tormentata, genialmente personale, con un velo di sorriso e quasi di leggerezza, di cui tutti debbono avere la possibilità di acquistare conoscenza.

«Bon Dieu – La voilà terminée cette pauvre petite Messe.
Est-ce bien de la musique Sacrée que je viens de faire ou bien de la Sacrée Musique? J’etais né pour l’Opera Buffa, tu le sais bien! Peu de science, un peu de coeur tout est là. Sois donc beni, et accorde moi le Paradis» 

Gioachino Rossini, Passy, 1863

Buon Dio, eccola terminata questa povera Messa.
Ho fatto della musica sacra o della musica maledetta? Io ero nato per l‘opera buffa, lo sai bene! Poca scienza, un po’ di cuore, tutto qui.  Sia Tu dunque benedetto e concedimi il Paradiso